"Chan fhaca mi aingeal no naomh
ach chuala mi fhuaim na mara 'gus eilean mo chridhe
na theis meadhan"

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La Rinascita Gaelica in Irlanda

*Il recupero della cultura celtica: storia e personaggi che hanno fatto la Rinascita Gaelica in Irlanda
*Il rituale e l'atmosfera in cui si muoveva un Seanchai: Peig Sayers.
*I generi narrativi gaelici, i cicli e le saghe
*Fonti

"Il canto di una voce umana
si conserva più a lungo del canto di un uccello;
le parole sopravvivono alla ricchezza
e ai fasti di questa terra."
Proverbio dei narratori di fiabe irlandesi

Il recupero della cultura celtica: storia e personaggi che hanno fatto la Rinascita Gaelica in Irlanda
Nessuna nazione al mondo ha tramandato fedelmente e devotamente le proprie fiabe, saghe e leggende come l'Irlanda. In nessun'altra nazione al mondo la tradizione narrativa orale è rimasta viva così a lungo. In nessun'altra nazione al mondo essa è stata quasi un bisogno esistenziale.
Non c'è quindi da stupirsi se, dopo il raggiungimento dell'indipendenza nel 1922, il governo repubblicano, del quale facevano parte non pochi poeti e dotti vicini con il loro programma estetico e culturale all'Irish Revival, promosse attivamente la raccolta di materiale folkloristico irlandese.
Questo patrimonio culturale secolare comprende le fiabe che i narratori, gli seanchai, delle campagne erano disponibili a raccontare ai compilatori, sentendosi quasi di compiere un dovere nazionale, le canzoni che i musicisti e i cantanti insegnavano agli emissari della Liga Gaelica, i versi teatrali che i poeti più vicini allo spirito celtico componevano, le danze eseguite in gruppo nelle feste di paese... Un vastissimo patrimonio che per fortuna non è andato perduto: oggi negli archivi della Commissione Irlandese per il Folklore di Dublino, conservati in una delle "Georgian Houses" nei pressi di Stephen's Green, si trovano un milione e mezzo di pagine manoscritte contenenti note e appunti relativi a materiale narrativo fiabesco e migliaia di matrici di cera e cilindri sonori del XIX secolo sui quali sono registrate le voci delle "fonti", i narratori.
La Commissione Irlandese per il Folklore fu istituita dal governo nel 1935, con il fine di raccogliere e catalogare il meglio della tradizione orale conservatasi fino a quel momento e tramandala ai posteri. In quello steso autunno furono nominati i primi compilatori "ufficiali": nessuno di loro aveva un titolo accademico, ma erano uomini e donne con una buona conoscenza dei dialetti locali dell'inglese e del gaelico e degli usi e costumi delle campagne. La loro attrezzatura di lavoro consisteva in un editofono, un predecessore dei dittafoni, usato soprattutto per la registrazione di lunghe fiabe e racconti folkloristici, mentre i testi brevi e le ballate venivano stenografati.
Quando la sistematica attività di raccolta della Commissione ebbe inizio, buona parte del lavoro pionieristico era già stato compiuto nel secolo precedente da amatori e dilettanti che ugualmente non volevano che l'immenso patrimonio culturale gaelico andasse perduto. Nel 1825 un libraio londinese aveva pubblicato un libriccino intitolato "Fairy Legends And Traditions Of The South Of Ireland", che costituiva la prima raccolta scritta di saghe e fiabe tramandate oralmente. Il curatore, Thomas Crofton Crocker, nato a Cork nel 1798, era figlio di un ufficiale dell'esercito; residente a Londra, negli anni Venti del XIX secolo aveva spesso fatto ritorno nella sua terra natale, a Cork, Waterford e Limerick, e aveva sentito e trascritto queste storie durante le sue lunghe passeggiate nell'Irlanda del Sud.
Egli era una figura dai gusti e dall'attività perfettamente inseriti nello scenario del Romanticismo europeo, e questa sua passione per il folklore ottenne pieno riconoscimento da parte di Sir Walter Scott e dei fratelli Grimm: costoro tradussero il suo libro in lingua tedesca solo dopo un anno dalla sua comparsa in Inghilterra, intitolandolo "Irische Elfenmärchen". Il secondo e terzo volume della raccolta furono dedicati a Scott e ai fratelli Grimm.
Ma Crocker fu ben presto criticato per non aver rispettato i metodi dello studio del folklore nella sua attività di raccolta e trascrizione dei testi: quando udiva un frammento di racconto, lo trasformava in una storia compiuta.
Un compilatore la cui mentalità e atteggiamento costituivano, per così dire, il trait d'union tra i nuovi e i vecchi tempi, fu il libraio dublinese Patrick Kennedy, che trascorse i primi vent'anni della sua vita nella contea sudorientale di Wexford. In questa contea proprio in quel periodo si stavano verificando importanti mutamenti linguistici: i vecchi racconti non venivano più narrati in gaelico, ma le nuove generazioni cresciute in questa zona, soggetta fin dall'inizio a un forte influsso britannico, passavano all'inglese.
Inoltre il decennio successivo fu caratterizzato dalla grande carestia del 1848-49, la great famine: quando una malattia colpì la pianta della patata facendo venire a mancare questo genere di prima necessità nell'alimentazione della povera gente, fu la catastrofe sociale. In quattro anni 700.000 persone morirono di fame e più di 800.000 lasciarono l'isola a bordo delle cosiddette "navi cimitero", chiamate così perchè la maggior parte dei passeggeri moriva durante il viaggio verso il Nuovo Mondo. Al censimento del 1851 risultò che il calo demografico ammontava a due milioni di persone.
Kennedy aveva letto il libro di Crocker, conosceva bene le opere dei fratelli Grimm e le fiabe magiche norvegesi di Asbjonnsen e Moe, tradotte in inglese nel 1859 da Sir George Webb Dasent: le sue intenzioni erano quelle di creare un'opera simile che facesse testo per il folklore irlandese. Il 6 agosto 1851 scrisse all'editore del "Wexford Independent", il quotidiano locale, esprimendogli l'importanza della raccolta di usi, costumi e racconti del loro paese per tramandarli, anche in modo incompleto. Invitò i lettori del giornale a inviare fiabe e racconti da pubblicare regolarmente in una colonna del quotidiano. E, con il passare del tempo, tutto questo materiale costituì tre volumi pubblicati da Kennedy: "Legendary Fictions Of The Irish Celts" (1866), "The Fireside Stories Of Ireland" (1870), e "The Bardic Stories Of Ireland" (1871). Quest'opera, secondo quanto scriverà Richard M. Dorson, famoso studioso americano di tradizioni popolari, "presentava per la prima volta tutta la vasta gamma del patrimonio narrativo orale". Grazie a questa raccolta venne portato alla luce uno dei tesori più preziosi dell'arte narrativa gaelica, con alle spalle una tradizione quasi millenaria.
Kennedy scrisse un cappello introduttivo a ogni testo, fornendo indicazioni sui suoi informatori, la loro posizione sociale e la loro occupazione: questo esempio di annotazione sociologica fu ripreso anche dai compilatori moderni.
Kennedy aveva svolto la sua opera di raccolta in una parte dell'Irlanda già fortemente inglesizzata in quel periodo: un campo di ricerca ideale si aprì quando i primi collectors si addentrarono nella parte occidentale dell'Irlanda, in quella zona dove, a causa dell'isolamento e della mancanza di presupposti per una agricoltura produttiva, la lingua e i modi di vita inglesi non si erano ancora imposti, o lo avevano fatto in modo superficiale, quindi in quella zona dove si trovava una popolazione gaelica ancorata alla tradizione celtica.
È curioso che sia stato un americano il primo a intraprendere delle ricerche in questo territorio. Jeremiah Curtin era figlio di genitori irlandesi, ma era nato nel Wisconsin, negli USA, e aveva frequentato l'università di Harvard. Doveva avere una capacità a dir poco geniale nell'imparare rapidamente e approfondire le lingue straniere: imparò sette lingue, trascrisse fiabe russe, indiane e irlandesi e tradusse per passatempo il romanzo “Quo Vadis?” dal polacco.
Nel 1887 si recò a Dublino per prendere visione dei duemila volumi di manoscritti in antico gaelico, la più completa raccolta di tutto il mondo. Quindi andò nelle contee di Kerry, Galway e Donegal, dove trascrisse, sotto i tetti di paglia, davanti a un fuoco di torba o circondato da galline starnazzanti, i cosiddetti long tales contadini, fiabe e cicli fiabesci a lungo respiro.
I risultati di questo viaggio diedero origine nel 1889 al libro ”Myths And Folklore Of Ireland”, che contiene più di venti fiabe lunghe dalle quattromila alle cinquemila parole, narranti avventure poetiche di re e giganti. Egli scoprì anche una versione popolare dell'antica epopea di Cuchulain.
Curtin raccolse le sue fiabe “di prima mano”, alla fonte, e le trascrisse non in inglese, bensì in gaelico. Sebbene si servisse di un traduttore, era in grado di seguire da solo il filo conduttore del'azione narrativa.
Dopo altri due viaggi nel 1891 e nel 1892-93, pubblicò il volume ”Hero Tales Of Ireland”. Potè permettersi questi viaggi grazie a una borsa di studio concessagli dal giornale di New York “Sun”.
Nella high society anglo-irlandese, il primo a diffondere l'amore per il folklore fu il famoso medico Sir William Wilde, padre di Oscar Wilde, che nel 1853 pubblicò il volume ”Irish Popular Superstitions”. Nella prefazione egli si lamenta della decadenza della lingua gaelica e narra, a questo proposito, di un contadino irlandese che, ogni volta che il figlioletto di otto anni parlava gaelico, incideva una tacca sul bastone per ricordarsi di fargli impartire il mattino dopo dall'insegnante una buona dose di bastonate.
Anche Lady Wilde diede il suo contributo ai gusti e alla moda del tempo pubblicando una raccolta di superstizioni popolari, formule magiche e fiabe. Lei vide nell'amore irlandese per le superstizioni un istintivo contrappeso al common sense degli inglesi, da lei ritenuto restrittivo, mescolato a un desiderio appassionato di misticismo e di impalpabilità.
I due più illustri personaggi di questa introduzione ai compilatori di raccolte di fiabe e folklore irlandesi sono certamente Lady Isabella Augusta Persse Gregory e William Butler Yeats. Nel 1895 la vedova allora quarantenne incontrò il poeta trentenne e, da allora, la passione per il teatro e la letteratura irlandese li legò in un'amicizia spirituale assai fruttuosa.
Lady Gregory invitò Yeats a Coole, la sua tenuta di campagna nella baronia di Kiltartan, a sud-est di Galway, e lo portò con sé alle serate dei narratori di fiabe, dove il poeta, per via del suo abbigliamento severo e impeccabile, veniva spesso scambiato per un prete. Più tardi, Yeats acquistò una vecchia torre vicino alla proprietà dei Gregory, Thoor Ballylee, in un paesaggio campestre da sogno, percorso da un ruscello, e la trasformò in un'oasi per le fiabe. Oggi Thoor Ballylee è un museo, nonché un luogo sacro per gli ammiratori del poeta.
Nel 1888 Yeats aveva pubblicato ”Fairy And Folk Tales Of The Irish Peasantry”, seguito nel 1892 da ”Irish Fairy Tales”. Come emerge dalle lettere del poeta di questo periodo, dietro questa sua attività c'era un vero e proprio programma: “Tutto ciò è destinato ai poeti irlandesi, affinchè traggano i temi e le ambientazioni per le loro opere”. Egli sognava una letteratura nella quale scomparissero le barriere tra la fantasia del singolo artista e quella del popolo come entità collettiva, e disprezzava coloro che si interessavano al folklore con mentalità scientifica, definendoli “individui che elencano fiabe come il listino prezzi dei generi alimentari”.
Ciò che nel folklore irlandese attirava e ispirava Yeats e influiva sulla sua lirica e sulle sue opere teatrali, spesso basate su materiale fiabesco, erano da un lato l'ornamento, dall'altro il misticismo. Egli credeva veramente al mondo delle fiabe e alle fate, affermava persino di aver incontrato di persona la cosiddetta “carrozza della morte”, con i quattro cocchieri e i cavalli senza testa, inoltre raccontava con molta serietà di essere stato trasportato in aria dalle fate per quattro miglia nei dintorni di Sligo.
Il libro che meglio permette di comprendere l'atteggiamento di Yeats nei confronti delle fiabe è “The Celtic Twilight”, del 1893: non è né una vera e propria raccolta di fiabe, come lascerebbe supporre la cena iniziale con il raccontastorie Paddy Flinn della contea di Sligo, né un abbozzo letterario di temi folkloristici, bensì un “diario introspettivo che si compiace delle credenze popolari nella forza e nel potere delle fate”. Tutto ciò si fa più comprensibile se si pensa che le più importanti impressioni infantili del poeta risalgono alle visite ai nonni e ai parenti si Sligo, un ambiente ancora oggi intriso di reminescenze mitologiche, di superstizioni popolari, di fiabe e di tradizioni popolari vissute a livello inconscio: c'è una stretta relazione tra le opere di Yeats, la sua coscienza mistica e determinati temi del folklore irlandese.
Furono proprio “The Celtic Twilight”di Yeats e una raccolta di Douglas Hyde che indussero la ricca, istruita e, in quel periodo, anche un po' annoiata vedova Lady Gregory a iniziare la sua attività di compilatrice nei dintorni della sua proprietà.
Il libro ”Poets And Dreamers” del 1903 rappresenta il primo frutto della sua attività nella contea di Galway. Il capitolo introduttivo parla del poeta popolare Raftery, i cui versi satirici, a quel tempo, erano ancora diffusi tra i contadini. In un lungo capitolo intitolato ”Sogni Dall'Ospizio”, Lady Gregory riporta fiabe e racconti popolari di diverso tipo uditi durante tre pomeriggi in un ospizio di campagna.
Nel suo volume ”Kiltartan History Book” la storia viene presentata sotto forma di racconti fiabeschi, così come viene vista dalla gente di campagna dell'Irlanda occidentale: duemila anni di narrazione orale trasformano il mitico eroe Finn Mac Cumhail in un astuto clown; Gobàn Saor, il fabbro della mitologia celtica, nel costruttore delle rocche di difesa normanne; il politico irlandese Daniel O'Connell, a soli sessant'anni dalla morte, in un burlone e in un astuto studioso di diritto, una sorta di Arlecchino irlandese; Oliver Cromwell, invece, anche dopo duecento anni, rimane nella memoria contadina un diabolico incendiario, quale fu davvero in terra d'Irlanda.
Attorno alla fine del XIX secolo, si può assistere alla straordinaria carriera strettamente legata a studi folkloristici del poeta irlandese John Millington Synge, che fu indotto da Yeats a lasciare Parigi: nel 1898 visitò le isole Aran e trasformò i temi fiabeschi uditi in quel luogo in trame teatrali popolari in parte poetico-fantastiche, in parte però anche critico-realistiche. ”Playboy Of The Western World” (Furfantello dell'Ovest), causa di uno scandalo teatrale in Irlanda, è un'opera nella quale traspare il suo gusto per la narrazione di storie.
Nel suo diario di viaggio sulle isole Aran, Synge inserì delle fiabe che aveva ascoltato dagli seanchai e che già prima di lui avevano raccontato Sir William Wilde e Mr. Curtin. In una di queste fiabe compare il motivo dell'oncia di carne data in pegno, che anche Shakespeare utilizzò nel suo ”Mercante di venezia” e che, come Synge rileva nel commento, è originario della Persia e dell'Egitto, ma nemmeno lui riesce a spiegarsi come questa storia sia giunta fin sulle isole Aran.
La figura più eminente del periodo, che prelude all'attività di raccolta sistematica e organizzata e alla Commissione Irlandese per il Folklore, è Douglas Hyde, amico di Lady Gregory, di Yeats e di Synge; egli conosceva i famosi compilatori inglesi Nutt e Larnamie, era attore, anche in opere popolari (nel significato più irlandese del termine), studioso e poeta. Inoltre era compilatore, traduttore e commentatore: tra le sue opere di traduzione, ricordo la versione del ciclo epico Tàin Bò Cùailnge (La razzia dei buoi di Cualnge), di cui parlerò in seguito.
In qualità di fondatore e presidente della Liga Gaelica assieme a Eoin MacNeill nel 1893, che originariamente era soltanto un'associazione apolitica mirante al rinnovamento della lingua e della letteratura gaeliche, sognava, come anche Yeats, una nuova letteratura nazionale, che rispondesse alle più alte esigenze estetiche e che promuovesse la diffusione delle vecchie fiabe e saghe. Credeva fortemente nella deanglicizzazione dell'Irlanda: la carestia aveva colpito in modo particolarmente duro le zone in cui si parlava ancora gaelico, l'irlandese veniva ora vista come una lingua del passato, mentre l'inglese la lingua del progresso e della modernizzazione, e ciò era enfatizzato dal fatto che l'inglese era parlato nel sistema scolastico nazionale.
Hyde voleva che il popolo irlandese abbandonasse la letteratura, i giochi, la cultura, l'abbigliamento, la lingua inglesi, supportato e propagandato in ciò da D. P. Moran nei suoi scritti e dalla pubblicazione della Liga stessa ”An Claidheamh Soluis”. Anche se l'inizio fu lento, la Liga si diffuse nelle campagne, reclutando insegnanti di gaelico e organizzando feiseanna (plurale del gaelico feis che significa festa, festival), competizioni di lingua, musica e danza irlandesi. L'impatto maggiore fu sulla vita sociale dell'Irlanda: il gaelico ottenne un posto prominente del sistema scolastico nazionale, dal 1903 il ”St Patrick's Day” divenne festa nazionale, furono introdotti segnali stradali bilingue.
La poliedricità di Hyde, le sue conoscenze e il suo senso poetico ne fecero una figura ideale di studioso di folklore creativo: le prime sei delle quattordici fiabe contenute nella sua raccolta del 1890 ”Beside The Fire. A Collection Of Irish Gaelic Folk Stories” furono pubblicate sia in gaelico sia in inglese. Al termine del volume si trovano delle note dal titolo ”Da dove provengono le fiabe”; una prefazione di quaranta pagine analizza il rapporto tra i manoscritti dei bardi irlandesi e i testi tramandati oralmente, spiega la tecnica di trascrizione dei testi, delinea il ritratto del narratore, esamina i problemi di traduzione e questioni di stratificazioni storiche all'interno delle fiabe.
Nel 1938 Hyde divenne il primo presidente della Repubblica d'Irlanda: i trascrittori di fiabe potevano ora contare su un influente mecenate, la più alta personalità dello Stato. Tuttavia è soprattuto grazie a Hyde come professore di lingua e letteratura irlandese all'Università nazionale di Dublino se il folklore, come scrisse Dorson, “da hobby divenne un campo di scienza rispettato e degno di considerazione”.
Ma il successo della rinascita gaelica è dovuto non solo agli illustri personaggi che ho appena illustrato, né all'intensa attività della sola Liga Gaelica: altre associazioni si costituirono in quegli anni a opera di quegli stessi scrittori che avevano contribuito anche con i loro testi. Mi riferisco a gruppi come la Pan-Celtic Society (ancora oggi in attività, di cui si può trovare on-line il “Pan-Celtic Phrasebook” di William Knox, 1998) e l'Irish National Literary Society, fondati e portati avanti da Yats, Hyde e Maude Gonne. Yeats, assieme a Lady Gregory e edward Martin, fondò nel 1898 l'Irish Literary Theatre, con l'intenzione di utilizzare il teatro per diffondere gli ideali del revival letterario. E poiché l'Irish Literary Theatre non aveva una sede per le proprie rappresentazioni, fu aperto nel 1904 l'Abbey Theatre, che vide realizzate sul suo palcoscenico opere come ”On Baile's Strand” (Sulla strada di Baile) di Yeats, ”Spreading The News” (Le voci corrono) di Lady Gregory, ”Riders To The Sea” (La cavalcata a mare) di Synge.
Due furono le riviste che rappresentarono e difesero le idee programmatiche del movimento teatrale irlandese, ”Beltaine” e ”Samhain”, in cui Yeats venne via via disegnando le linee di un programma, di una poetica del dramma in atto, che includeva e risolveva i problemi del linguaggio, della recitazione, della scena. Gli articoli qui pubblicati dal maggio 1899 al novembre 1908 furono raccolti dal poeta in due edizioni separate, una per rivista; la selezione finale si trova in “Explorations”, edizioni Macmillan, Londra 1962. Le ricerche e le proposte yeatsiane sul programma del linguaggio poetico concludono in un certo modo le polemiche implicite ed esplicite che si erano protratte per tutto il secolo e rappresentavano la definitiva affermazione dell'esistenza di una lingua anglo-irlandese, idioma non derivato ma autentico e originario, capace della totalità dell'esperienza poetica.
Per quanto riguarda la scena, Yeats precisa la sua idea di una scena essenziale, totalmente irrealistica, capace di non distrarre lo spettatore ma di concentrarne l'attenzione sull'unico protagonista dell'opera drammatica: il linguaggio, lo stile. Lo sfondò avrà così scarsa importanza, sarà spesso monocromatico, in modo che l'attore, in qualunque parte del palcoscenico si trovi, contrasti o si accorid con esso, dominando così l'attenzione dello spettatore. Bisogna solo suggerire una scena sulla tela, a chiaro profilo, perchè “più il poeta descrive, meno dovrebbe dipingere il pittore”, secondo Yeats. Egli scriveva inoltre dell'attore: “dovrà imparare a discriminare ogni singola cadenza da tutte le altre cadenze, e così compiacersi dei lineamenti musicali del verso e della proa da deliziare l'orecchio con una musica continua, e continuamente variata. Quando la voce voglia essere immortale e spoglia di passione, sarà desiderabile che l'attore adatti la musica a pure note musicali.”
L'Irish Literary Revival fu responsabile della produzione di un eccezionalmente forte corpo di lavoro, che non solo stimolava in nazionalismo irlandese, ma anche dava all'Irlanda un posto sulla scena internazionale. Gli scrittori del revival erano responsabili dello sviluppo e dell'articolazione di una nuova coscienza nazionale. La filosofia della Liga Gaelica e le attività culturali dell'Irish Revival ebbero una grande influenza su gruppi politici già esistenti come su nuovi gruppi: tra essi ricordo l'IRB, l'Irish Republican Brotherhood, fondato nel 1907 dal veterano Tomas Clarke, e il movimento laburista “Sinn Féin”, fondato nel 1905 da Arthur Griffith.

Il rituale e l'atmosfera in cui si muoveva un Seanchai: Peig Sayers.
Dopo questo resoconto storico sull'attività dei compilatori dagli inizi nel XIX secolo al XX secolo e sugli illustri personaggi che hanno permesso tutto ciò, ritengo utile, al fine di comprendere meglio la figura del narratore di fiabe folkloriche, l'atmosfera che aleggiava attorno a lui e ai suoi racconti, quello che era un vero e proprio rituale, introdurre la figura di Peig Sayers, l'ultima famosa narratrice irlandese di fiabe, nel ritratto esemplare che di lei ci lascia Seosamh O' Dàlaigh.
La sua figura mi pare esemplare e credo che ben riassuma l'immagine del seanchai di ogni epoca e luogo: sono d'accordo, in questo caso, con ciò che scrive Sir Walter Scott nella lettera dedicatoria che introduce il suo capolavoro “Ivanhoe”. In questa lettera, che è per certi versi un proemio, per altri uno sfogo intimo non si sa quanto rivolto al suo amico Dryasdust, quanto al lettore, quanto a sé stesso, l'autore illustra il carattere di romanzo storico del suo libro, le difficoltà delle sue ricerche, le opposizioni che gli sono state presentate o che potrebbero venirgli rivolte, opera un ottimo confronto tra l'interesse per le tradizioni in Scozia, la sua patria natale, e in Inghilterra: bisogna ricordare che scrive nel 1817, quando in Irlanda la Liga Gaelica e la Commissione per il Folklore non erano ancora nate, ma già in Scozia le tradizioni erano intimamente sentite perchè ancora decisamente vive e vitali.
Scott sostiene che, nella ricerca storica e nella ricostruzione di un panorama antico in un romanzo come il suo, ci siano espressioni, modi, gesti, termini, comportamenti, passioni che non si possono collocare nell'”antico” o nel “moderno”, ma che esistono in quella che lui chiama “una vasta zona neutra, ossia un gran numero di modi e di sentimenti che sono comuni a noi e ai nostri avi essendo pasati immutati da loro a noi, o che, sorgendo dalle radici della nostra natura comune, sono esistiti egualmente in qualunque cultura storica. [...] Le passioni, le fonti da cui scaturiscono in tutte le loro espressioni, sono generalmente le stesse in tutte le classi e in tutte le condizioni, in tutti i Paesi e in tutti i tempi; ne consegue direttamente che le opinioni, i modi di pensare, gli atti, per quanto influenzati da particolari condizioni della società, devono tuttavia avere nel complesso forti somiglianze fra loro.”
In questa zona neutra io colloco anche Peig Sayers, perchè lo spirito di comunità, l'arte e i sentimenti che hanno animato lei hanno a parer mio ben molto in comune con ciò che deve aver detto, provato o fatto provare qualunque raccontastorie di ogni luogo e di ogni epoca. Tutto è parte della stessa storia: i tempi cambiano, ma l'uomo sostanzialmente è lo stesso da migliaia di anni, soffre e gioisce per gli stessi motivi, si appassiona e si spaventa nello stesso modo, vive nello stesso modo. Perchè l'uomo non è fatto per sopravvivere, ma è nato per vivere. E della sua vita ha sempre fatto parte anche l'associazione comunitaria, l'amicizia, l'amore, la condivisione di ideali e di passioni. Un po' anche quello che io sto cercando di fare al meglio qui ora, condividere degli ideali e delle passioni con una comunità che prova le stesse emozioni leggendo, o meglio ascoltando, le stesse storie vecchie di secoli e secoli ma più moderne che mai.
Dopo questa parentesi un po' proemiale, un po' personale, torniamo a Peig.
Nata del 1873 e morta nel 1958, era considerata la “regina dei narratori di fiabe gaelici”. Nacque nella parrocchia di Dunquin, a Kerry, e dopo il matrimonio si trasferì sull'isola di Great Blasket, dove rimase per il resto della sua vita. La sua autobiografia, ”An Old Woman's Reflections”, tradotta in inglese nel 1962, è la migliore introduzione al mondo dei narratori di fiabe e dei raccontastorie irlandesi.
Per parlare di lei “cedo la parola” a O' Dàlaigh, non me la sento di parafrasare quanto ha espresso così bene da farci sembrare tutto così vicino:
<<Non appena arrivarono gli ospiti – tutti infatti si riunivano in casa Sayers quando c'era Peig per starla ad ascoltare fino a mezzanotte – venivano spostate le sedie in modo da formare un grosso cerchio. Dapprima si raccontavano le novità, e dalle novità si passava al tema della serata, della morte, delle fate, del tempo o del raccolto. Tutto era parte della stessa storia; le sentenze dei morti, le esperienze dei presenti. E Peig, unendosi pian piano agli altri, commentava tutto ciò con versi, proverbi e racconti. Spesso i suoi pensieri si facevano cupi: per esempio raccontava del tragico giorno nel quale le portarono a casa il corpo di suo figlio Tom, il cranio spezzato in seguito a una caduta dalla scogliera. Il corpo era spaventosamente mutilato, al punto che non era possibile esporlo alla vista del pubblico. Allora Peig aveva raccolto tutto il suo coraggio e, con le sue mani di madre, aveva ridato al cranio un aspetto presentabile. “È stato difficile” soleva dire, e con un gesto della mano che faceva muovere lungo lo scialle che indossava, faceva capire che le era giunta la voce della Vergine Santa. Poi diceva: “Ognuno deve portare la propria croce”. Non ho mai sentito nulla di così commovente come la voce di questa vecchia quando intonava il pianto di Maria per la morte del proprio figlio. Quando uscii di casa ero così stordito che non sapevo più dove mi trovavo.
Da grande artista e donna saggia quale era, Peig poteva passare da un istante all'altro dal dolore più profondo alla felicità più sfrenata, tutto sommato era una donna serena e i cambiamenti del suo stato d'animo e della sua voce erano come il mutare dell'acqua che scorre. Insieme a lei anche le sue mani raccontavano: un battito di mani cancellava una scena, lo schioccare delle dita preludeva a un segreto, e quando doveva parlare di un crimine si portava la mano davanti alla bocca e riduceva la sua voce a un sussurro. “Quando il divertimento è al culmine, è ora di andare” dice un proverbio irlandese. Dopo che tutti i visitatori se ne erano andati, Peig ricopriva di cenere la brace del fuoco di torba affinchè continuasse ad ardere fino al mattino successivo. Poi diveva la sua preghiera:

”Io ho cura di questa casa
come Cristo ha cura di noi tutti.
Santa Brigida è alle estremità di questa casa
e Maria al centro.
I tre angeli e i tre apostoli,
che partecipano della grazia più di ogni altro,
proteggano questa casa e tutto ciò che vi appartiene fino a domani.”


“È triste diventar vecchi” mi disse una volta Peig. “Ma” aggiunse con un sorriso astuto “anche dopo la mia morte continuerò a raccontare storie”.

I generi narrativi gaelici, i cicli e le saghe
Il mio resoconto storico è stato un po' lungo, ora mi concentro su qualcosa di più specifico: la suddivisione di generi narrativi, cicli e saghe.
*Le Seanchas sono le storie magiche e di fantasmi.
*Le Seans-Scéalta sono le fiabe più lunghe, in cui spesso un personaggio si trova a narrare altre storie, a ricordare le sue peripezie passate, o a rievocare un avvenimento in un flash-back, che viene raccontato come un'altra fiaba nella fiaba, nel tipico stile di ogni uomo gaelico. Un esempio può essere la fiaba del “Ladro Nero”, la storia dei tre figli del re di Erin, inviati dalla matrigna gelosa alla ricerca dei cavalli del re Conal, da lui condotti dal ladro nero. Una volta al cospetto del re, che era certo che fosse morto, il ladro è costretto a raccontate in quattro fiabe di come si sia trovato vicino alla morte e si sia salvato, per impedire che il re uccidesse sé stesso e i tre ragazzi con lui. Alla fine... no, non lo dico, non vi rovino la sorpresa, magari pubblicherò qui la storia. Quello che ci interessa ora è vedere come si tratti in questo caso di addirittura quattro fiabe nella fiaba. Un po' sullo stile del Decameron di Boccaccio che, pur essendo una novità nel suo genere, non era certo nato dal nulla.
*Le Fiannaìocht sono fiabe e saghe eroiche mitologiche che narrano del regno di Fianna. A Fianna, come si dice nella fiaba di “Céatach”, c'erano ventuno case, in ogni casa c'erano ventuno stanze, in ogni stanza c'erano ventuno camini, e intorno a ogni camino sedevano ventuno uomini. Il Fianna era, storicamente, l'esercito regolare d'Irlanda, attestato in particolare nel III secolo d.c., sotto il regno del re Cormac Mac Art, che regnò a lungo, cinquant'anni almeno, e su questo gli storici concordano. Secondo le leggende, era un re saggio e onesto: nel suo regno nessuno doveva mettere i catenacci alla porta, sorvegliare il bestiame o soffrire la fame. Fu lui a costruire la grande fortezza sulla collina di Tara, all'ingresso della quale sorgevano la Casa del Sole per le donne, il primo multino ad acqua mai costruito in Eire, una casa per il Fianna e una grande sala per i banchetti, detta “Teach Mi Cuarta”. Dopo l'abdicazione a causa della perdita di un occhio (era legge in Irlanda che il re fosse perfetto dal punto di vista fisico, intellettuale e morale), si ritirò nella piccola comunità di Clete Acaill sul fiume Boyne, dove scrisse tre libri, violando il tabù (o “geis”) contro la scrittura. Ne parlerò in seguito in modo più approfondito, ora li cito soltanto: “Teagasc An Riogh” (=le istruzioni per il re), il “Libro Di Acaill” (con i principi della legge irlandese) e il “Psaltair Di Tara” (sulla storia e la genealogia dell'Eire). Sicuramente il periodo del suo regno è uno dei più affascinanti della storia d'Irlanda, da cui sono nati i cicli di racconti sui Feniani, i soldati del Fianna, comandati dal personaggio mitico di Fionn Mac Cumhail: se si dovesse prendere per vero tutto ciò che si dice su di lui, avrebbe vissuto almeno trecento anni. Ma si sa, in Irlanda è difficile distinguere storia e leggenda. Il Fianna è comunque molto famoso, presente non solo nelle saghe a esso dedicate, ma anche nei resoconti di storici stranieri. Sembra comunque che Fionn e i suoi feniani siano realmente personaggi storici, anche se un po' mitizzati, come spesso capita: anche prima ho parlato di un politico irlandese diventato burlone! La leggenda narra che Fionn, suo figlio e suo nipote abbiano vissuto per centinaia di anni, passando da un parte all'altra del mondo degli Altri. Documenti storici mostrano quali fossero i rituali da compiere per entrare a far parte della classe guerriera, alla quale spesso venivano ammesse anche le donne: lo stesso Tacito racconta di donne guerriere in Britannia, quindi non deve mai essere stata una stranezza nel mondo celtico. I feniani avevano un codice di onore le cui norme erano seguite alla lettera: si dichiaravano senza terra (dithir) e senza clan (ecland), in modo che, in qualsiasi guerra o battaglia si trovassero a combattere, le loro famiglie o il loro villagio di origine non fossero coinvolti in lunghi e costosi processi. Di questo parlano le fiannaìocht, narrazioni rigorosamente riservate agli uomini: un proverbio irlandese dice che “una donna che parla di Fianna è come una gallina starnazzante”.
*Un altro ciclo epico famoso quanto le fiannaìocht è incentrato sulla lotta per il possesso di un enorme toro, la saga ”Tàin Bò Cùalnge” (=la razzia del toro di Cualnge). Il riferimento storico (perchè ogni leggenda ha sempre un fondo di verità) è probabilmente la lotta tra i due vecchi regni di Connaught nell'Irlanda nordoccidentale e di Ulster in quella nordorientale. È stata anche vista come il tentativo di uno dei primi bardi di creare una sorta di Iliade irlandese.

Questi sono i principali generi narrativi dei cantastorie. Ma, leggendo o ascoltando questi racconti, viene da pensare: sono vere fiabe? Personalmente, ho sempre associato il termine “fiaba” a racconti di principi e principesse, draghi sputafuoco, Biancaneve e Cenerentola, qualcosa di più affine alla cavalleria medievale o alle narrazioni dei fratelli Grimm. Loro stessi non consideravano le storie della tradizione orale del popolo gaelico un genere affine alle loro fiabe: spiegarono che tali storie andavano considerate piùttosto come saghe, ossia racconti contadini infarciti di spiriti di provenienza divina risalenti alle antiche mitologie.
Al giorno d'oggi in Irlanda non esiste più una netta linea di demarcazione tra ”fiaba” e ”saga”, poiché è stato rilevato che esistono molti racconti nei quali si trovano uniti gli elementi tipici di entrambi i generi; inoltre è stato scoperto che le rappresentazioni delle fate, degli gnomi, dei folletti hanno le loro origini negli antichi culti di dèi locali e miti della fertilità di singole comunità. Ciò trova conferma nella ”Fiaba del pruno di Donegal, dell'asino Eamonn, della mucca Briget, di Cachal il caprone e del piccolo popolo”, in cui i tre animali del titolo appartenevano al contadino Danny O' Connor, in mezzo al cui campo cresceva un pruno, sede del piccolo popolo e che lui non avrebbe mai osato abbattere. Mick O' Hara, venuto dalla città, acquistò la fattoria vicina e iniziò a estirpare i pruni cresciuti sulla sua proprietà. Ciò attirò le ire del piccolo popolo che, con la complicità dei tre animalidi Danny, organizzarono una bella sorpresa: gli animali sparsero sul campo di Mick delle monete d'oro e per ognuna crebbe un pruno fittissimo. Dopo che Mick, stanco e con il raccolto rovinato, ebbe ceduto il terreno al vicino, i pruni si ritrasformarono in monete. Viene proprio da dire che Danny e i tre animali vissero per sempre felici e contenti!
Tornando ai fratelli Grimm: secondo la loro suddivisione, tutti i racconti di fate sono in realtà saghe. Il termine tuttavia può generare equivoci, infatti neppure loro vi si attennero in modo scrupoloso.
Il termine generale inglese comprendente sia le saghe sia le fiabe è tale: parlando per esempio di fireside tales (=racconti del focolare) si intende un genere assai vicino al nostro concetto di fiaba, mentre con il termine legend possono intendersi anche racconti di opere di santi, ciò che noi chiamiamo “agiografie” o più semplicemente “vite dei santi”. Il termine genericamente più appropriato per i racconti classici dei narratori attorno al fuoco, anche per quelli che io ho citato, è folk tale.
Ma, lasciando le dispute terminologiche, si potrà constatare, prendendo in esame i racconti, che tutti i generi narrativi gaelici, comprese le ballate recitative, dette in Irlanda recitations, sono permeati dall'inclinazione di questo popolo celtico per il mondo dell'aldilà, per la meditazione e il sogno, per il fantasmagorico e l'ornamentale, per l'intricato e il labirintico, e che proprio questo atteggiamento nei confronti del materiale narrativo può essere considerato come minimo comun denominatore di tutti i generi.

Fonti:
“Fiabe e leggende di tutto il mondo – Irlanda”, Oscar Mondadori
“L'Irlanda e le sue fiabe”di Frederik Hetmann
“La figlia di Irlanda” di Juilene Osborne-Mc Knight
“Fairy and folk tales of Ireland” di William Butler Yeats
“A Dictionary of Irish Biography” di Henry Boylan, ed. Gill & Macmillan, Dublino 1998
“La rinascenza celtica: i riti drammatici” di Giorgio Manganelli, 1950
Miti celtici
Il libro di Kells


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