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*King Arthur, il film: una critica alla sua storicità.
*King Arthur, un altro film su re Artù
*Boadicea, la protagonista del prossimo film di Mel Gibson.
*King Arthur, il film: una critica alla sua storicità.
Molti stanno spendendo molte parole sul film "King Arthur" che sarà nelle sale cinematograficheil primo di ottobre. A mio parere, non si può giudicare con completezza finchè non avremo visto con i nostri occhi, ma tra i vari pareri favorevoli alla ricerca storica che sta dietro la pellicola ne ho trovato uno discordante sulla Guida alla Musica Celtica di Myrrdin. La riporto per dare una visione di insieme il più possibile completa e per dare a tutti l'opportunità di riflettere prima, dopo e durante la visione del film.
*King Arthur, un altro film su re Artù
Dal 1 ottobre 2004 al cinema
Un'articolo anche su Celtica n°32 di luglio-agosto 2004.
Quanti film vedono come protagonista il celeberrimo Re Artù, il sovrano delle leggende di Camelot, del Graal, della Tavola Rotonda, di Avalon, la cui identità storica è ancora incerta? Non è semplice contarli.
Celebre è "Excalibur" del 1981 di John Boorman, e anche questo film promette bene. L'Irlanda, terra di magia e di incantevoli scenari, fa da sfondo alle vicissitudini di Re Artù, che, a quanto si dice, sono calate il più possibile in un attendibile contesto storico. La ricerca storica è, a differenza delle illustri pellicole precedenti, centrale, a discapito sicuramente degli effetti speciali e dei caratteri più epici e magici. Per le scene di battaglia sono state ingaggiate compagnie di re-enactors professionisti, anche italiane, come la Confraternita dell'Arco e della Spada di Acqui Terme (AL) o la Compagnia del Leone di Brescia, che impersoneranno il ruolo dei Sassoni, che si ritiene l'Artù storico abbia sconfitto nel 520 a.c. nella battaglia di Mount Baedan.
A questo punto direi che, per arrivare a settembre alla visione del film preparati a dovere per giudicare l'effettiva attendibilità della ricerca storica, bisogna documentarci. A questo scopo, ecco l'estratto di una mia ricerca scolastica del 2003 e un elenco di utili links.
Da "La Spada Che Canta: Excalibur, Artù E Il Sacro Graal Tra Mito E Storia".
Analisi del romanzo storico di Jack White "La spada che canta", secondo della serie "Le Cronache di Camelot".
Autore: Rici Dìoghaltas Nì Saorsa
[Clicca qui per scaricare il file in formato .rtf]
[Clicca qui per scaricare l'intera ricerca in formato .pdf]
Links:
*Sito internet ufficiale del film: www.kingarthurmovie.com
Ho condotto le mie ricerche su:
*Acam - Associazione Culturale Archeologia e Misteri
*Miti di Avalon, in inglese
*Recensioni di film della Guida alla Musica Celtica Myrddin di SuperEva, anche di "Excalibur"
*Un'ora di musiche arturiane, anche Carmina Burana dal film "Excalibur"
*Una recensione illustrata di "Excalibur"
*Taliesin
*Timetable Of Arthurian legends, in inglese
Pubblicato sul blog "Chridhe Gaidhlig"
martedì 6 luglio 2004
alle ore 10:23
[Torna Su]
*Boadicea, la protagonista del prossimo film di Mel Gibson.
Dopo "La Passione", il nuovo progetto in cui si cimenterà Mel Gibson, alias William Wallace in "Braveheart", sarà un film dal titolo "Warrior"
(=guerriero), la cui protagonista sarà Boadicea, la regina degli Iceni,
famosa per aver condotto il suo popolo tra il 61 e il 63 d.c. in una
gloriosa ma sanguinosa battaglia contro i Romani, che terminò con il
suicidio della regina per non cadere in mano nemica. E il film parlerà
di questa donna-guerriera che unì le tribù celtiche contro le legioni
romane attorno al 60 d.c. in una lotta per l'indipendenza e per
vendicare l'assassinio del marito, prima di soccombere di fronte alla
preponderante forza nemica.
Nella pellicola, non si sa quale attenzione verrà riservata alla
filologicità, che di solito viene un po' messa da parte per la
spettacolarità: infatti si mormora già che la storia affonderà nel
sangue, passando dallo stupro delle figlie della regina a opera dei
soldati romani all'abitudine attribuita alla donna di tagliare con la
spada il seno delle donne nemiche. Già in Gran Bretagna gli storici
sono in allarme: temono che Gibson distorga la realtà storica,
presentando Boadicea come una donna del popolo e una fiera oppositrice
del giogo di Roma, quando era invece più probabilmente un membro
dell'èlite aristocratica celtica, pienamente romanizzata, prima di
iniziare la sua ribellione.
Ma chi era Boadicea? È esistita veramente o è, come alcuni sostengono, frutto della fantasia degli storici romani?
Jeremy Hill, curatore degli artefatti dell'età del ferro al
British Museum, dice per esempio che la nostra conoscenza di Boadicea
si limita a 40 o 50 righe in latino da tre fonti differenti, una delle
quali è lo storico romano Tacito, che scrissero venti o trent'anni dopo
i fatti. Da questi vaghi riferimenti, spiega il professor Hill,
risulterebbe che lei non era affatto una contadina, ma apparteneva alle
classi più abbienti, vestiva secondo i costumi romani, amava la vita
raffinata e aveva frequenti contatti con l'invasore.
Secondo John Davies, un altro storico esperto del periodo,
curatore capo del Norfolk Museum, Boadicea potrebbe perfino essere una
“invenzione” dei romani, che avevano l'abitudine di “personificare” le
provincie sconfitte con immagini e nomi sulle loro monete.
Comunque sia, avremo del tempo per parlare della storicità del
personaggio, visto che sarà la protagonista di ben quattro film: quello
di Gibson, diretto da Gavin O'Connor; quello della Paramount, “Warrior
Queen”; quello della Steven Spielberg Dreamworks, “Queen Fury”; quello
prodotto da Laura Bickford, già produttrice di “Traffic”, intitolato
“My Country”.
Agli spettatori alla fine spetterà non solo giudicare quale di
essi sarà il migliore, vedendo gli incassi ai botteghini, ma anche
giudicare la filologicità e attendibilità del personaggio. E per
giudicarla, bisogna documentarsi, conoscere la storia e la laggenda.
Allo scopo, riporto le parole di Tacito sulla rivolta Icena del 61 d.c.
29. [61 d.c.] Nell'anno del consolato di Cessenio Peto e Petronio
Turpiliano, abbiamo subito una pesante sconfitta in Britannia, dove,
come già detto (vedi XII, 40), il legato Aulo Didio si era
limitato a mantenere le posizioni acquisite, e dove la morte aveva
impedito al successore Veranio, dopo modeste incursioni nel territorio
dei Siluri, di proseguire le operazioni militari.Aveva egli acquistato,
finché visse, grande fama di austero senso d'indipendenza, ma lasciò
chiaramente trasparire, nelle ultime parole del testamento, quale
ambizioso cortigiano fosse: infatti, dopo una serie di espressioni
adulatorie verso Nerone, aggiunse che egli avrebbe potuto consegnare,
sottomessa, la provincia, se fosse vissuto ancora due anni, Governava
comunque al momento la Britannia Svetonio Paolino, emulo di Corbulone
per capacità mïlïtarï e, stando alle voci del popolo, che si affretta a
trovare per tutti un rivale, desideroso di eguagliare, piegando i
ribelli, la gloria dei conquistatore dell’Armenia. Si prepara dunque ad
invadere l'isola di Mona (=Anglesey), forte per la sua
popolazione e rifugio di profughi, e costruisce navi a chiglia piatta
contro i fondali bassi e insidiosi. Trasportò così la fanteria; dietro
passarono i cavalieri a guado o spingendo a nuoto i cavalli, dove le
onde si levavano più alte.
30. Li aspettava sulla spiaggia un ben strano schieramento
nemico, denso d'uomini e d'armi e percorso da donne, in vesti nere, a
mo’ di Furie, impugnanti fiaccole; attorno i Druidi, levate le mani al
cielo, lanciavano maledizioni terribili: la novità della scena
impressionò i soldati, per cui offrivano, come paralizzati, ai colpi
nemici il corpo immobile. Poi, stimolati dal comandante e incitandosi a
vicenda a non mostrare paura di fronte a una banda di donne e di
invasati, avanzano, abbattono chi li fronteggia e 1i travolgono nei
loro stessi fuochi. Fu imposto, in seguito, ai vinti un presidio e
furono abbattuti i boschi consacrati a culti barbarici: era infatti un
loro atto rituale bagnare gli altari del sangue dei prigionieri e
consultare gli dei con viscere umane. L'operazione era in pieno
svolgimento, quando Svetonio viene informato della ribellione della
provincia.
31. Il re degli Iceni (in XII, 31, in cui si parla di
avvenimenti del 50 d.c., sono descritti come “popolazione forte e non
indebolita da scontri precedenti, perchè avevano stretta, senza
subirla, alleanza con noi”. La bataglia di quell'anno fu per loro una
strage. Erano insediati nell'attuale contea Norfolk.) Prasutago,
celebre per la sua lunga prosperità, aveva lasciato erede Cesare e le
due figlie, pensando, con tale gesto, di preservare il regno e la sua
casa da ogni offesa. Accadde invece l'opposto: il regno fu depredato
dai centurioni e la casa dai servi, quasi fossero preda di guerra. Per
cominciare, sua moglie Boudicca venne fustigata e le figlie violentate;
e i notabili Iceni, come se i Romani avessero ricevuta la regïone in
dono, vengono spogliati dei loro aviti possedimenti, e i parenti del re
erano tenuti in condizione di schiavi. Per questi oltraggi e nel timore
di peggiori, poiché s'eran trovati a essere una sorta di provincia,
afferrano le armi, dopo aver incitato alla rivolta i Trinovanti (insediati a sud degli Iceni, nelle attuali contee di Suffolk ed Essex, con capitale Camulodunum, oggi Colchester)
e quant'altri, non ancora piegati alla schiavitù, avevano giurato, in
intese segrete, di riconquistare la libertà. L'odio più cupo era contro
i veterani, perché, inviati da poco come coloni a Camuloduno, li
cacciavano dalle case, li espropriavano dei campi, chiamandoli
“prigionieri” e “schiavi”, spalleggiati in questo loro arbitrio dai
soldati, che vedevano simile il proprio destino e speravano altrettanta
impunità. Oltre a ciò, il tempio innalzato al divo Claudio era lì sotto
i loro occhi come la cittadella di una dominazione perenne, e i
sacerdoti scelti per il culto dovevano, con quel pretesto profondervi
tutte le loro sostanze. Né d’altra parte sembrava difficile abbattere
una colonia non protetta da nessun tipo di difesa, perché ï nostri
generali, pensando più al bello che alla sicurezza, s'erano dimostrati
assai poco previdenti.
32. lntanto, senza evidente motivo, crollò, a Camuloduno, la
statua della Vittoria, rovesciandosi indietro, quasi arretrasse di
fronte ai nemici. E donne invasate da furore profeticoannunciarono
imminente la rovïna; grida straniere s'erano udite nella curia romana
locale; il teatro aveva echeggiato di ululati e s'era vista nel Tamigi
l'immagine della colonia distrutta. La tinta sanguïgna assunta
dall'Oceano e quelli sembravano, al ritirarsï della marea, corpi umani
erano interpretati come segni di speranza dai Britanni e motivo di
apprensione per í veterani. Ma, poiché Svetonio era lontano, chiesero
aiuto al procuratore Cato Deciano. E questi mandò non più di duecento
uomini, con armamento peraltro insufficiente; eppure in città il
presidio militare era modesto. Contavano sulla protezione del tempio e,
intralciati da quanti, segretamente complici della rivolta, influivano
negativamente sulle loro decisioni, non avevano costruito né una fossa
ne un trinceramento e non avevano allontanato vecchi e donne, per
lasciare la difesa ai soli giovani: incauti come se fossero in mezzo a
un territorio pacificato, si trovarono circondati da una massa di
barbari. Tutto il resto subì ai primo assalto devastazione e incendi:
il tempio, in cui i soldati si erano ammassati, fu assediato per due
giorni ed espugnato. Vincitori, i Britanni affrontarono Petilio
Ceriale, legato della nona legione, che accorreva in aiuto: sgominarono
la legione rnassacrando tutta la fanteria. Ceriale sfuggì alla strage
con la cavalleria e riparò dietro le difese del campo. Impaurito dalla
disfatta e dall’odio della provincia, che la sua avidità aveva spinto
alla guerra, il procuratore Cato passò in Gallia.
33. Svetonio invece, aprendosi con straordinaria fermezza un varco in mezzo ai nemici, si diresse a Londinio (=Londra),
non ancora insignita del titolo di colonia, ma assai nota per i grandi
traffici di mercanti e di merci. Lì Svetonio fu incerto se sceglierla
come base delle operazioni militari ma, constatata l'esiguità delle
truppe a disposizione e il modo clamoroso con cui era stata punita la
temerarietà di Petilio, decise di salvare, col sacrificio di un'unica
città, l’intera provincia. Fu irremovibile dinnanzi alle scene di
pianto di quanti imploravano la sua protezione e diede il segnale della
partenza, accogliendo tra 1e sue file quanti volessero seguirlo; chi
rimase, perché inadatto alla guerra o per sesso o per età o perché
trattenuto dall'attaccamento al luogo, fu sterminato dal nemico.
Analoga strage subì il municipio di Verulamio (Vicino a St. Albans,
nella contea di Hereford), perché i barbari, entusiasti di fronte alla
preda, ma schivi alle fatiche, evitando le piazzeforti e i presidi
armati, si gettavano sui depositi militari, dove ricco è il bottino e
malagevole la difesa. Caddero, ed è assodato, circa settantamila tra
cittadini e alleati nei luoghi che ho sopra ricordato. I barbari
infatti non facevano prigionieri, per venderli schiavi o per qualche
altro commercio di guerra, ma si affrettavano in una frenesia di
massacri e impiccagioni, di roghi e crocifissioni, quasi in attesa di
dovere pagare tutto, ma prendendosi intanto una anticipata vendetta.
34. Disponeva ormai Svetonio della quattordicesima legione coi
veterani richiamati della ventesima e gli ausiliari delle più vicine
guarnigioni, per un totale di circa diecimila armati, quando si
prepara, senza attendere oltre, ad affrontarli in campo aperto. Sceglie
un luogo dall'accesso angusto, una gola chiusa alle spalle da uno selva
dopo aver accertato la presenza dei nemici solo di fronte, dove
s'apriva una piana libera dal rischio di agguati. Si dispongono i
legionari in file serrate, con intorno la fanteria leggera e ï
cavalieri concentrati alle ali. Le truppe dei Britannï invece si
muovevano baldanzose, in una mescolanza di orde appiedate e bande di
cavalieri, formanti una massa mai vista prima, spavaldi al punto da
portare con sé le spose, come testimoni della loro vittoria, collocate
sui carri disposti lungo il margine esterno della pianura.
35. Boudicca, tenendo su un carro, avanti a sé, le figlie,
passava in rassegna le varie tribù: non era insolito - ricordava - per
i Britanni combattere sotto la guida di una donna; ma lei ora non
intendeva, quale discendente da nobili antenati, rifarsi della perdita
del regno e delle ricchezze, bensì, come una donna qualunque, vendicare
la perdita della libertà, riscattare il proprio corpo fustigato e il
pudore violato delle figlïe. Le voglie dei Romani si erano spinte così
avanti da non lasciare inviolati i corpi, senza riguardo per la
vecchiaia o la verginità. Ma c’erano adesso i numi della giusta
vendetta: caduta era la legione che aveva osato dare battaglia, gli
altri stavano nascosti negli accampamentï e spiavano il modo di
fuggire. E questi Romani, che non avrebbero sopportato il fragore e le
grida di tante migliaia di uominï, come potevano reggere all'assalto e
alla mischia? Se valutavano il numero degli uomini in campo e le
ragioni della guerra, non c'erano dubbi: dovevano, in quella battaglia,
o vincere o morire. Questa era la scelta compiuta da una donna: gli
uomini tenessero pure alla vita e fossero schiavi.
36. Neppure Svetonio taceva in quell'ora decisiva. Pur fiducioso
nel valore dei suoi, alternava tuttavia incitamenti e preghiere a non
lasciarsi suggestionare da quel frastuono dei barbari e da minacce
senza efficacia: si scorgevano infatti più donne che combattenti.
Inadatti alla guerra e male armati, non potevano non cedere appena
avessero, dopo tante sconfitte subìte, riconosciuto i1 ferro e il
valore dei vincitori. Anche fra molte legioni sono sempre pochi quanti
segnano l'esito di una battaglia; e tornerà a loro gloria - diceva -
l'aver conquistato, in pochi, la fama di un intero esercito. Dovevano
solo rimanere compatti e poi, dopo il lancio dei giavellotti,
continuare, con scudo e spada, ad abbattere e massacrare il nemico,
senza pensare alla preda: a vittoria ottenuta, tutto sarebbe finito
nelle loro mani. Un grande entusiasmo seguì le parole del comandante:
e, con tale carica, i vecchi soldati, forti dell'esperienza di molte
battaglie, si preparavano a lanciare i dardi, tanto che Svetonio poté
dare il segnale d'attacco ormai certo del successo.
37. In un primo momento la legione non si mosse, tenendosi nella
gola come in un riparo, ma poi, al farsi sotto dei nemici, scaricati
tutti i colpi su di loro con lanci precisi, si buttò avanti a forma di
cuneo. Altrettanto violenta la carica degli ausiliari; la cavalleria
travolse, a lancia in resta, chi si parava davanti a opporre
resistenza. Gli altri volsero le spalle in una fuga difficoltosa,
perché i carri disposti attorno avevano sbarrato ogni via di uscita. E
i soldati coinvolgevano nel massacro anche le donne, mentre, trafitti
dai dardi, anche gli animali contribuivano a far grande il mucchio di
cadaveri. La gloria di quel giorno fu splendida, all'altezza delle
vittorie di un tempo: alcuni storici parlano infatti di poco meno di
ottantamila Britanni uccisi contro circa quattrocento dei nostri caduti
e un numero poco superiore di feriti. Boudicca pose fine alla vita col
veleno e il prefetto del campo della seconda legione, Penio Postumo,
appreso il successo della quattordicesima e della ventesima poiché,
violando la disciplina militare, non aveva eseguito gli ordini del
comandante e aveva, così, defraudato la sua legione di una simile
gloria, si trafisse con la spada.
38. L'esercito fu poi radunato al completo e tenuto sotto le
tende, per concludere 1e operazioni militari. Cesare aumentò il
contingente con l'invio di duemila legionari dalla Germania, di otto
coorti di ausiliari e di mille cavalieri: col loro arrivo furono
rimpiazzati i vuoti della nona legione. Coorti e squadroni alleati
vennero sistemati nel nuovo campo invernale, e le tribù dimostratesi
prima indecise oppure ostili furono messe a ferro e a fuoco. Ma nulla
quanto la fame affliggeva quelle genti, che non s'erano preoccupate di
fare la semina, poiché gli uomini d'ogni età s'eran dati alla guerra,
contando sui nostri rifornimenti. Tuttavia quei popoli, già tanto
fieri, ancor più recalcitravano ai pensieri di pace, perché Giulio
Classiciano, speditovi come sostituto di Cato e in disaccordo con
Svetonio, metteva a repentaglio, per questioni personali, il bene
comune, spargendo la voce che era meglio per i Britanni attendere il
nuovo legato, che avrebbe saputo trattare con clemenza, senza
aggressività di nemico e arroganza di vincitore chi si fosse arreso.
Faceva intanto sapere a Roma che non si aspettassero una conclusione
degli scontri, a meno che non venisse sostituito Svetonio, alla cui
pessima gestione attribuiva ï rovesci, mentre i successi al puro caso.
39. A ispezionare la situazione in Britannia fu allora mandato il
liberto Policlito, puntando sulla cui autorità Nerone contava non solo
di comporre i dissensi tra il legato e il procuratore, ma anche di
indurre alla pace gli spiriti ribelli dei barbari. E Policlito, col suo
seguito sterminato, riuscì, non solo a gravare sull'Italia e la Gallia
ma, superato l'Oceano, a intimidire, con la sua solenne comparsa, anche
í nostri soldati. Ne risero però i nemici, presso i quali era ancora
vivo il senso della libertà e che non avevano ancora conosciuto lo
strapotere dei liberti; e si stupivano che un comandante e un esercito,
che avevano saputo concludere una guerra così dura, obbedissero a degli
schiavi. Tuttavia, nel rapporto all'imperatore, Svetonio fu presentato
in una luce abbastanza favorevole e venne mantenuto a capo delle
operazioni; ma quando perse poche navi alla fonda col loro equipaggio,
come se ciò significasse che ancora durava la guerra, ricevette
l'ordine di passare il comando a Petronio Turpiliano, che aveva già
concluso il mandato di console. Costui non provocò il nemico e non ne
fu provocato; e a una deplorevole inazione conferì il nome di pace.
Un resoconto abbastanza di parte, ma non poi così tanto. Per approfondire ulteriormente, segnalo alcuni links:
*http://ask.yahoo.com, in inglese
*Una breve biografia, in inglese
*Dei versi su Boadicea, in inglese
*http://www.whoosh.org/whoosh.html/, in inglese ma veramente completo
*Celtic Myths And Legends, in inglese
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martedì 22 giugno 2004
alle ore 15:19
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